La crisi del libro in Italia

6 pensieri su “La crisi del libro in Italia”

  1. Sono a grandi linee d’accordo con ciò che dici (e ne parlavamo anche l’altro giorno^^).
    Fra quei pochissimi che leggono narrativa, gran parte legge Fabio Volo e simili. Per carità, scelte loro, ma se parliamo di letteratura di qualità, quanti di quel 6% legge effettivamente qualcosa che vale?

    Purtroppo l’1% o forse meno, legge informandosi su internet, andando a vedere quali libri sono usciti, cosa c’è di nuovo, cosa c’è di bello.
    Chi sono questi? Gli aspiranti scrittori (quelli che leggono. Lasciamo altrove la polemica che ci sono più scrittori che lettori) e i gestori di blog letterari (spesso le due cose coincidono).

    Per risolvere questa “crisi” si dovrebbe inculcare la passione per la lettura (e l’intelligenza di farlo con intelligenza) al popolo italiano. Per i miracoli ci stiamo attrezzando.

    Maurizio

  2. Ehehe, purtroppo è così. Affrontando un discorso molto ampio, anche questa è una mancanza tutta italiana. Se ci pensi, il fatto che importiamo best sellers dall’estero e non viceversa, o almeno non nella stessa quantità, vuol dire che all’estero leggono molto di più.

  3. Allora: non è vero che in passato le cose andavano meglio. Non c’è mai stata troppa trippa per gatti per gli scrittori con un nome italiano. Negli anni trenta, un solo giallista italiano affiorò nel panorama della narrativa di genere. E parliamo di un periodo in cui bisognava per legge tradurre le testate straniere in italiano, bisognava usare il “voi” al posto del “lei” e l’Internazionale Football Club dovette cambiare il suo nome in Ambrosiana. In tempi più recenti, registi e scrittori dovevano firmarsi con uno pseudonimo (anche se sconosciuto) per sperare di avere qualche “forma” di successo. Te lo dice uno che per vendere un racconto a una rivista (anni ottanta) dovette firmarsi Alex Dyme e fu preso in considerazione solo perché nella sua scheda biografica c’era scritto “nato a New York”. Quindi come vedi le cose sono sempre andate più o menio così. Il 6% riguarda quelli che hanno comprato regolarmente e con una certa continuità libri. Ossia i lettori accaniti. Quelli che hanno comprato almeno un libro (per fortuna) sono di più. Ma comunque si tratta di statistiche scoraggianti, inferiori a paesi del terzo mondo o in via di sviluppo. Popolo di poeti? Sì, una volta. Secoli fa. Oggi siamo un popolo da grande fratello e da uomini e donne, purtroppo…

  4. D’accordo su tutto, a parte un punto: gli scrittori più “spessi” culturalmente di oggi sono persone che hanno vissuto il fermento sociale/politico/culturale degli anni 70 e che hanno esordito nei 90, quando il mercato era un po’ più libero.
    Penso a persone come Erri De Luca, uno dei pochi scrittori famosi che sono andati in TV DOPO aver pubblicato diversi libri e non viceversa.

  5. Dipende dal momento storico e non sempre è così. Io appartengo alla generazione degli anni settanta e ho esordito negli ottanta. Eppure eccomi ancora qui a fare “l’esordiente” dopo anni. Né mi ritengo più “spesso” culturalmente di nessuno. E’ un meccanismo molto complicato: si può sfiorare il successo e rimanere dei signor nessuno, oppure fare anni e anni di gavetta e poi esplodere quando meno te lo aspetti. Tuttavia, dipende quasi sempre dal momento storico, dalle opportunità e contingenze varie. Faccio un esempio. Per decenni il fantasy in Italia era meno letto della fantascienza. Anzi, era un genere di “sottonicchia” potremmo dire. Eppure, una ragazza siciliana manda un manoscritto fantasy alla Mondadori che non le degna di uno sguardo. Poi arriva il film tratto dal Signore degli anelli e un’altra ragazza manda un librone (sempre fantasy) di mille pagine e sempre alla Mondadori, la quale lo pubblica sotto forma di trilogia e ne fa un caso letterario fra i più discussi e “invidiati”. Quindi ci andrei con le molle a trarre conclusioni su queste cose.

  6. Ogni persona è un mondo a se, certo, ma ti posso portare degli esempi concreti:
    De Luca
    Camilleri
    Lucarelli
    per citarne tre che ho letto.
    Gente che ha esordito, o meglio, che è esplosa nei 90, e che ha vissuto e assorbito il fermento dei 70.
    Poi certo, è ovvio che se parlo di un dato periodo storico non voglio dire che tutti quelli che l’hanno vissuto sono diventati scrittori. Ci sono di mezzo altri fattori come talento e fortuna.
    Perciò, come vedi, la mia non era una conclusione affrettata, ma piuttosto una considerazione a posteriori su alcuni dei più noti autori, quelli che appartengono alla categoria del “vado in tv perchè sono scrittore” e non “vado in tv quindi posso buttarmi a fare lo scrittore” 😉

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